Oltre le Pietre di Craigh na Dun | Perché Outlander è più di una saga storica


Un problema specifico dei racconti basati sui viaggi nel tempo è certamente quello dei paradossi temporali, ossia qualsiasi azione nel passato che crei una contraddizione logica, violando il principio di causalità. Sicché gli autori stanno ben attenti, ad esempio, che il nonno di un protagonista non sia ucciso prima della nascita del genitore.
Ebbene, Diana Gabaldon questa preoccupazione proprio non l’ha avuta nello scrivere i dieci volumi della saga di Outlander, fedelmente trasposta nella serie TV oggi disponibile su Prime e Disney. L’autrice sembra infatti prediligerli, i paradossi temporali, ma in modo intelligente, trasformandoli in connessioni mistiche dove il tempo non è solo logica, ma destino. Ne sono un esempio i richiami simbolici, come certe ninne nanne o la ricorrenza di nomi come Faith, che suggeriscono una circolarità delle anime capace di sfidare i secoli. Lo sviluppo della saga, fra le innumerevoli sottotrame e personaggi, se ne avvantaggia mantenendo intatta l’attenzione dello spettatore fino a un epilogo che non conosciamo, giacché al momento non è ancora disponibile l’ottava e ultima stagione.
Al centro di Outlander sta la storia fra Claire (Catriona Balfe) e James o Jamie Fraser (Sam Heughan), lei nata nel 1918, lui nel 1721. Si tratta di una saga storica ambientata quasi interamente nel XVIII secolo tra Scozia, Francia e Nord Carolina, con frequenti flashback o riallineamenti narrativi con il XX secolo. James è un nobile scozzese impegnato nella lotta per l’indipendenza; una diatriba che, dopo il fallimento della rivolta giacobita, si trasferirà nelle colonie americane dove è in embrione l’opposizione contro la madrepatria inglese. In tutto questo, le escursioni temporali sono causate da un fenomeno oscuro che si sprigiona attraverso sistemi di pietre preistoriche ai quali alcune persone, come Claire e i suoi discendenti, sono sensibili. La prima volta, il contatto con le pietre di Craigh na Dun proietterà Claire nel 1743.
Outlander è imperdibile per le soluzioni narrative e per i dettagli storici ricostruiti alla perfezione. Claire è l’eroina che incarna la donna moderna, emancipata e istruita che si scontra con i pregiudizi dell’epoca. Tuttavia, la modernità della saga non è affidata solo a chi viene dal futuro: figure come Lord John Grey dimostrano un’apertura mentale e una nobiltà d’animo che superano i limiti del proprio tempo, rendendolo forse il personaggio più ammirevole per la sua capacità di sacrificio,  amare e tollerare oltre ogni convenzione sociale.
Qualche punto debole però c’è. Certi cambi repentini di situazione lasciano la sensazione di qualcosa di troppo sbrigativo, probabilmente sono i limiti della trasposizione letteraria. Inoltre, la storia fra Claire e James si protrae per più di trent’anni, eppure entrambi non mostrano quasi segni di invecchiamento, restando giovanili e attraenti. Chiaramente si tratta di una concessione estetica che gli showrunner hanno considerato sopportabile, benché discutibile sotto il profilo del realismo.
Merito però della storia è anche l'aver saputo affrontare tematiche trasversali e attuali: la maternità non desiderata, l’incertezza della paternità e l’orientamento sessuale divergente, trattato non come un anacronismo ma come una sfida silenziosa ed eroica ai pregiudizi. Infine, emerge prepotente il tema delle composizioni familiari anomale: la forza dei Fraser risiede proprio nel saper costruire una famiglia che non si basa solo sul sangue, ma sulla scelta consapevole di accogliersi e proteggersi, oltre ogni barriera temporale.




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