Ray Donovan, sláinte a tutto il male che c’è.



Scusate, ma per una volta faccio un po’ di spoiler, e vi assicuro che non si perde niente, anzi.

Metà dei costi di produzione devono essere andati in superalcolici visto il gran uso che se ne fa. Il fulcro di tutto è lui, Ray, interpretato dal bravo Liev Schreiber.

Ray Donovan, origini irlandesi, cattolico sui generis, oggetto di attenzioni morbose, assieme al fratello Bunchy, da parte di un prete cattolico in età preadolescenziale. Il trauma e il senso di vendetta che ne segue aleggiano fin dal primo episodio e richiama il tema della violenza sessuale dei preti pedofili, molto sentito in America. Nella serie emergono spesso tratti della cultura irlandese della famiglia Donovan, nonostante essa sia ambientata negli States fra New York, Boston, Hollywood e Los Angeles.

Lui, Ray, è un troglodita, così viene definito da un funzionario dell’FBI, un farabutto, uno che aggiusta le cose che non si possono riparare.  Ray è un violento, un corrotto, un assassino, un fedifrago, insomma uno da cui stare alla larga, dal quale sarebbe meglio non acquistare un’auto usata, nonostante la sua sia una splendida Cadillac CT6 nera.  Uno di cui non puoi fidarti nemmeno se si fa in quattro per aiutarti perché dovresti sapere che i suoi metodi non portano nulla di buono. Però è anche sincero tutte le volte che dice mi dispiace e sono tante.

Ray è la punta dell’iceberg di una famiglia disgraziata, quella dei Donovan. La violenza sessuale, il suicidio della sorellina, la presenza di un padre, Micky, criminale estroso e fallito che trascinerà nei guai tutti i membri della sua famiglia allargata. Basti pensare che Ray è disposto a pagare un paio di milioni di dollari per ingaggiare un delinquente che uccida Micky.

L’altro fratello di Ray, Terry, ha il Parkinson, è un ex pugile decaduto che gestisce una palestra che però non è che una copertura per i loschi affari di Ray.

Ray si avvale di due collaboratori ex agenti del Mossad, gente che sa il fatto loro. C’è Avi, ebreo, personaggio molto simpatico, nonostante i metodi spicci e brutali. L’altra è Lena, la mia preferita, lesbica nella fiction e nella vita, aspetto androgino, dotata di un senso pratico e risolutivo eccezionali. A mio avviso la serie merita di essere seguita solo per osservare le reazioni espressive di Lena, interpretata da Katherine Moennig, nei confronti di Ray.

Ray è uno che non parla quasi mai, uno pesante da sopportare. Gli fai una domanda e lui tace, al massimo tira fuori un monosillabo: sì, no, quando è in vena forse, e questo dopo lunghi silenzi. In genere sono le domande personali che lo ammutoliscono. A volte risponde inarcando impercettibilmente il sopracciglio. Come possa avere una moglie è strano, ma evidentemente sono cose che capitano. La poveretta, Abby, tenta di portare avanti un ménage impossibile, riuscendoci peraltro.

I figli di Ray sono anch’essi insopportabili, non direi se più Conor o più lei Bridget, fortunatamente almeno Conor sparisce per un paio di stagioni dopo essersi arruolato nei marines. Bridget invece sembra emulare le vie del padre quanto a cinismo e tradimenti sentimentali.

C’è poi Daryll il figlio di Mick avuto da una relazione extraconiugale con Claudette. Daryll è un meticcio, un Donovan nero che riesce a integrarsi nell’azienda criminale di famiglia.

La serie fa breccia nel mondo hollywoodiano fatto di personaggi strampalati, stravaganze, alcool, sesso, coca, velleità e business cinematografici. Ray risolve problemi di soggetti riprovevoli almeno quanto lui, con la sola differenza che spesso si tratta di uomini e donne di affari di successo. Non mancano ovviamente i politici corrotti. Ma tutti devono nascondere scheletri impossibili se non a prezzo di uccisioni, ricatti, squartamenti. Nella serie non c’è proprio nulla di edificante, un repertorio di depravazioni ben congegnate.

D’altra parte, i clienti, non essendo poveracci, hanno poche scusanti, per cui alla fine di Ray si è portati a prendere le difese, nonostante tutto.

***

Come ci si possa appassionare a una serie del genere non me lo so spiegare, eppure l’ho seguita per tutte e sette le stagioni.

L’interpretazione di Schreiber è davvero molto realistica, a dir poco perfetta. Per questa serie l’attore ha ricevuto tre candidature ai Premi Emmy e cinque candidature ai Golden Globe, come miglior attore in una serie drammatica. Anche il montaggio degli episodi è da award: si integrano alla perfezione innumerevoli story lines dei vari personaggi; anche i flash back/forward sono integrati alla perfezione e rispondono immediatamente a quello che salta in mente allo spettatore in ogni preciso momento.

Notevole la colonna sonora di brani pop rock dagli anni Cinquanta ai Settanta, molto azzeccati, che segnano momenti di intensità, mentre la tensione è mantenuta da un sottofondo musicale monocorde, cupo e continuo.

Non vi racconto il finale perché non c’è, anche perché Netflix ha cancellato l'ottava e ultima stagione.

Da guardare su Netflix, ovviamente sláinte! (prosit): come dicono gli irlandesi.


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